Terzo settore, definiti i limiti per i ricavi da “attività diverse” (art. 6 CTS)

Notizia attesa da tempo, la definizione dei limiti per l’art. 6 del Codice del Terzo Settore sulle attività diverse da quelle di interesse generale elencate all’art. 5 CTS. Si tratta ancora di un documento discusso all’interno della Cabina di Regia e non ancora del decreto attuativo. Ma certamente quanto emerso già chiarisce notevolmente l’orientamento e alcuni aspetti specifici e di dettaglio dei nodi in questione. Ne ha dato conto CSVnet in questi giorni: “Dopo mesi di attesa, è stato discusso nella Cabina di regia dello scorso 7 marzo uno dei decreti attuativi più delicati tra quelli che dovranno dare corpo alla riforma del terzo settore. Si tratta del decreto ministeriale che “individua i criteri e i limiti” che gli enti del terzo settore (Ets) devono seguire nell’esercizio delle “attività diverse da quelle di interesse generale”.

Le attività di interesse generale sono quelle definite dall’articolo 5 del Codice del terzo settore: un elenco (aggiornabile in futuro) di ben 26 tipologie che spaziano dalla sanità all’assistenza, dall’istruzione all’ambiente, dall’housing all’agricoltura sociale e al commercio equo; e che costituiscono una caratteristica essenziale dell’“essere” terzo settore.

Il decreto si riferisce invece alle attività “secondarie e strumentali” (articolo 6) rispetto a quelle di interesse generale ma che, “indipendentemente dal loro oggetto”, gli Ets possono esercitare “per la realizzazione, in via esclusiva, delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale perseguite”. Non è, quindi, il tipo di attività a fare la differenza ma solo la loro funzione, che mira a sostenere, supportare, promuovere e agevolare il perseguimento delle finalità istituzionali dell’ente di terzo settore.

Si tratta di un provvedimento importante anche in vista delle modifiche statutarie che molti Ets dovranno fare entro il prossimo 3 agosto. È utile infatti ricordare che le attività secondarie e quelle di interesse generale devono essere definite nello statuto.

Da rilevare inoltre che la pubblicazione del decreto avviene dopo la firma del protocollo d’intesa tra il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Infocamere, la società telematica delle Camere di commercio, per la gestione del Registro unico nazionale del terzo settore. L’accordo prevede un termine massimo di 18 mesi per rendere operativo il registro.

Ma torniamo ai contenuti del decreto: affinché queste attività diverse siano ritenute secondarie, devono ricorrere almeno una delle due condizioni, entrambe relative ai ricavi dell’attività determinati in ciascun esercizio:

  1. non devono superare il 30% delle entrate complessive dell’Ets;
  2. non devono superare il 66% dei costi complessivi dell’Ets.

È da sottolineare che per ricavi si intendono le entrate da corrispettivo per beni o servizi ceduti o scambiati dall’Ets. Si considerano entrate complessive, inoltre, quelle derivanti da quote e contributi associativi, da erogazioni liberali e gratuite, da lasciti testamentari, i contributi pubblici senza vincolo di corrispettivo, le attività di raccolta fondi e le somme ricevute tramite il 5 per mille.

Nel calcolo della percentuale, non devono essere considerati i proventi e gli oneri generati dal distacco del personale degli enti del terzo settore presso enti terzi.

Il criterio scelto – se a) o b) – deve essere definito dall’organo di amministrazione.

Cosa influisce nei costi complessivi di un Ets?

Oltre ai ricavi propriamente detti, il decreto introduce un elemento importante e anche in questo caso particolarmente atteso, che determina i “costi complessivi” da scorporare dai ricavi: si tratta di quello figurativo dell’impiego dei volontari iscritti nel registro dedicato previsto dal codice del terzo settore. Il calcolo dipende dall’applicazione alle ore di attività effettivamente svolte della retribuzione oraria lorda prevista per la stessa qualifica dai contratti collettivi nazionali, territoriali e aziendali definiti all’art. 51 del decreto legislativo n. 81 del 15 giugno 2015.

Si considerano costi, inoltre:

  • le erogazioni gratuite di denaro e le cessioni o erogazioni gratuite di beni e servizi per il loro valore normale
  • la differenza tra il valore normale dei beni o servizi acquistati per lo svolgimento dell’attività statutaria e il loro costo effettivo di acquisto.

Ma cosa succede se l’ente di terzo settore non riesce a rispettare il limite imposto dal decreto?

In questo caso, ci sono 30 giorni di tempo dalla data di approvazione del bilancio per inviare un’apposita segnalazione all’ufficio del registro unico nazionale del terzo settore territorialmente competente. In alternativa, si può dare comunicazione alle reti associative di riferimento o ai centri di servizio per il volontariato, in linea con l’attività di auto-controllo a loro demandata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

Se la percentuale di riferimento per le attività secondarie non viene rispettata, l’Ets può “recuperare” nell’esercizio successivo: applicando il criterio massimo di calcolo, il rapporto deve essere inferiore alla soglia massima per una percentuale almeno pari alla misura del superamento dei limiti nell’esercizio precedente. Così come specificato nella relazione illustrativa al decreto, se si sceglie il criterio a) e la percentuale, ad esempio, invece di essere al 30% è del 40%, nell’esercizio successivo l’ente dovrà avere un rapporto non superiore del 20%, in modo da recuperare lo sforamento. Stesso discorso vale per chi definisce le attività secondarie in base al criterio b).

Il rischio per chi supera la percentuale o non segnala l’eventuale sforamento è alto: verrà cancellato dal registro unico nazionale del terzo settore.

Il caso delle organizzazioni di volontariato.

Il decreto chiarisce anche che le organizzazioni di volontariato possono svolgere attività di interesse generale remunerate (e non con il solo rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate). Tuttavia, tali attività di interesse generale saranno computate ai fini del raggiungimento della percentuale delle attività secondarie e strumentali (pur essendo, di fatto, attività di interesse generale).”

RUNTS: convenzione Ministero – Unioncamere per la gestione

Parte il Registro nazionale del terzo settore. Con gestione informatica affidata a Infocamere, la società telematica delle Camere di commercio. È l’effetto della convenzione siglata nei giorni scorsi dal ministero del lavoro e Unioncamere. Accordo che prevede un termine di 18 mesi per rendere tecnicamente possibili iscrizioni e visure.” Ne dà notizia Italia Oggi con un articolo del 05 marzo scorso. Prosegue l’articolo: “Le norme. Il Registro unico nazionale del terzo settore, ai sensi dell’art. 45 del Codice del terzo settore (dlgs 117/2017, in vigore dal 3 agosto scorso) deve essere istituito presso il ministero del lavoro e operativamente gestito su base territoriale e con modalità informatiche in collaborazione con ciascuna regione e provincia autonoma. Il comma 1 dell’art. 53 del decreto prevedeva che entro un anno dalla data di entrata in vigore del decreto 117/2017 (quindi entro il 3 agosto 2018) il ministero del lavoro, previa intesa in sede di Conferenza stato-regioni, avrebbe dovuto definire, con proprio decreto, la procedura per l’iscrizione al Registro. Le regioni e le province autonome, si legge nel secondo comma dell’articolo 53, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto avrebbero poi dovuto disciplinare i procedimenti per l’emanazione dei provvedimenti di iscrizione e di cancellazione degli enti del terzo settore. Le stesse amministrazioni, peraltro, entro sei mesi dalla predisposizione della struttura informatica avrebbero reso operativo il registro. Proprio la problematicità di predisposizione di tale struttura informatica, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, non ha consentito il rispetto dei termini e quindi ha impedito l’emanazione del decreto di iscrizione al registro.

Le proroga del decreto 105/2018. Il dlgs 105 del 2018, modificando l’art. 101, comma 2 del Codice del terzo settore, in virtù del ritardo di pubblicazione del decreto istitutivo del Runts, ha spostato in avanti di sei mesi (dal 3 febbraio al 3 agosto 2019) il termine entro il quale Onlus, Organizzazioni di volontariato (Odv) e Associazioni di promozione sociale (Aps) possono modificare lo statuto per adeguarlo alle regole degli enti del terzo settore con maggioranze semplici. Almeno per quanto riguarda le Aps e le Odv, (le Onlus perderanno tale qualificazione e dovranno scegliere la loro nuova veste giuridica in un diverso ente del terzo settore), il transito nel Runts potrebbe arrivare già entro l’anno. Infatti, il Runts, in relazione all’accordo ministero del lavoro/Unioncamere potrebbe, subire una notevole accelerazione, ed accogliere almeno gli enti di diritto di cui sopra già nel corso del 2019.”

Cinque per mille: obblighi di rendicontazione a seguito dell’emanazione del D. Lgs. n. 111/2017

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha diffuso nei giorni scorsi una nota con la quale ha inteso chiarire la normativa applicabile in relazione agli obblighi di pubblicità e trasparenza relativamente alla rendicontazione delle somme percepite a titolo di 5X1000. “A seguito dell’emanazione del D. Lgs. n. 111/2017, ” – spiega la nota pubblicata sul sito del Ministero (ndr)” –  “alla Direzione Generale del Terzo Settore e della responsabilità sociale delle imprese sono pervenuti numerosi quesiti dagli enti beneficiari del contributo del cinque per mille e dai centri di servizio per il volontariato, circa la disciplina da applicare in tema di obblighi di rendicontazione e pubblicazione relativi al contributo del cinque per mille.

In particolare, le questioni poste dai richiedenti riguardano l’individuazione della normativa alla quale fare riferimento ai fini dell’adempimento degli obblighi di trasparenza e pubblicità: se cioè, debba farsi riferimento al dettato dell’art. 8 del D. Lgs. n. 111/2017 ovvero alla preesistente disciplina contenuta negli artt. 12 e 12-bis del D.P.C.M. 23.4.2010 (come modificato ed integrato dal D.P.C.M. 7.7.2016).

Acquisito il parere dell’Ufficio Legislativo di questo Ministero, si ritiene che – in assenza del citato D.P.C.M. attuativo del D.Lgs n. 111/2017 – gli obblighi di rendicontazione del contributo del cinque per mille e di pubblicazione dei rendiconti medesimi continuano ad essere disciplinati dagli artt.12 e 12-bis del D.P.C.M. 23.4.2010, come modificato e integrato dal D.P.C.M. 7.7.2016.

Consulta il testo integrale della nota n. 2106 del 26 febbraio 2019.”

Coprogettazione e coprogrammazione, lettera aperta all’ANAC

“Prima l’entusiasmo, acceso con l’introduzione nel Codice del terzo settore di una più ampia gamma di strumenti per coprogettare, coprogrammare e gestire in convenzionamento servizi di interesse generale; applicando con coerenza il principio di sussidiarietà. Poi lo scoramento, generato dal parere del Consiglio di Stato (il n. 2052, reso dalla Commissione speciale di Palazzo Spada il 20 agosto 2018) che arretra il potenziale di una nuova stagione di collaborazione fra pubblica amministrazione e enti del terzo settore indicando – con piglio conservativo – l’unica via della gara d’appalto. ” Così una nota pubblicata sul sito di EURICSE in riferimento al dibattito sull’applicazione dell’articolo 55 del Codice del Terzo Settore (Coinvolgimento degli enti del Terzo settore) che, lo ricordiamo, prevede:

1. In attuazione dei principi di sussidiarieta’, cooperazione, efficacia, efficienza ed economicita’, omogeneita’, copertura finanziaria e patrimoniale, responsabilita’ ed unicita’ dell’amministrazione, autonomia organizzativa e regolamentare, le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nell’esercizio delle proprie funzioni di programmazione e organizzazione a livello territoriale degli interventi e dei servizi nei settori di attivita’ di cui all’articolo 5, assicurano il coinvolgimento attivo degli enti del Terzo settore, attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione e accreditamento, poste in essere nel rispetto dei principi della legge 7 agosto 1990, n. 241, nonche’ delle norme che disciplinano specifici procedimenti ed in particolare di quelle relative alla programmazione sociale di zona.

2. La co-programmazione e’ finalizzata all’individuazione, da parte della pubblica amministrazione procedente, dei bisogni da soddisfare, degli interventi a tal fine necessari, delle modalita’ di realizzazione degli stessi e delle risorse disponibili.

3. La co-progettazione e’ finalizzata alla definizione ed eventualmente alla realizzazione di specifici progetti di servizio o di intervento finalizzati a soddisfare bisogni definiti, alla luce degli strumenti di programmazione di cui comma 2.

4. Ai fini di cui al comma 3, l’individuazione degli enti del Terzo settore con cui attivare il partenariato avviene anche mediante forme di accreditamento nel rispetto dei principi di trasparenza, imparzialita’, partecipazione e parita’ di trattamento, previa definizione, da parte della pubblica amministrazione procedente, degli obiettivi generali e specifici dell’intervento, della durata e delle caratteristiche essenziali dello stesso nonche’ dei criteri e delle modalita’ per l’individuazione degli enti partner.

“Ora la risposta” – prosegue la nota di EURICSE (ndr): una mobilitazione, confluita in un documento, promosso dal “Club degli amici dell’articolo 55” (nato ben prima del parere contestato, a dimostrazione delle speranze riposte nella riforma) e con cui giuristi, economisti, ricercatori ed esperti chiedono una correzione delle incongruenze e delle mancanze espresse dalla giustizia amministrativa. Obiettivo: esortare l’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) ad aggiornare le proprie Linee Guida nel rispetto (reale) del diritto e delle specificità del terzo settore.

“In generale – recita il documento – l’affermata primazia del diritto euro-unitario sul diritto interno appare particolarmente incongrua perché ancorata, con incomprensibile certezza, a una visione mercantilistica, declinata esclusivamente sul principio di tutela della concorrenza, finendo per imporre quest’ultimo anche alle forme di collaborazione tra organismi pubblici e privati che perseguono obiettivi simili se non coincidenti”. Ma soprattutto non si tiene conto di un altro basilare principio comunitario, quello solidaristico, che trova la sua espressione proprio nella direttiva n.24/2014, recepita con il d.lgs.n.50/2016. Tale disposizione, infatti, non impone alcun obbligo agli Stati membri di adottare misure pro-concorrenziali in tutti i settori.

“La visione che individua l’unico strumento relazionale nel contratto d’appalto, secondo la logica della competitività, da un lato priva la pubblica amministrazione dell’apporto originale che può essere fornito dagli enti inseriti in un procedimento di collaborazione, ma soprattutto la priva della possibilità di conseguire risparmi di spesa derivanti dall’apporto materiale degli enti medesimi all’implementazione degli interventi, con conseguente lesione di un altro principio di rilevanza eurounitaria, la tutela degli equilibri di bilancio, recepito negli articoli 81, 97 e 119 Cost”, si argomenta ancora nel documento.

Considerazioni che evidenziano la necessità di distinguere fra l’evidenza pubblica propria delle procedure disciplinate dal Codice dei contratti pubblici e l’evidenza pubblica propria dell’affidamento dei servizi, secondo modalità diverse dall’appalto e dalla concessione, ma comunque rispettose dei principi di trasparenza, pubblicità e di parità di trattamento.

Ciò che si vuole palesare è il vizio di fondo: non c’è una gara fra contendenti, da una parte, e stazione appaltante, dall’altra, bensì l’attivazione di un partenariato collaborativo tra soggetti con obiettivi simili e in cui tutti apportano proprie risorse. Nel rispetto, s’intende, di una o più attività di interesse generale, quindi non lucrative. Emerge così, scrivono i firmatari, “un autonomo e solido fondamento costituzionale degli istituti disciplinati dal Titolo VII del Codice del Terzo settore, distinto da quello del Codice dei contratti pubblici”.

Ma la svista può essere corretta, riabilitando una specificità – quella degli enti del terzo settore – oggi a rischio appiattimento. “L’aggiornamento da parte dell’ANAC delle proprie Linee Guida n. 32/2016 sugli affidamenti agli enti di Terzo settore – è la chiosa del documento – rappresenta una prima occasione decisiva affinché il diritto del terzo settore sia davvero preso sul serio”.

Qui il documento integrale Il diritto del Terzo settore preso sul serio

Qui l’elenco dei promotori

Qui il modulo online per aderire

Statuti: come indicare le attività di interesse generale

L’articolo 5 c.1 del Codice del Terzo Settore elenca le attività di interesse generale che devono essere esercitate (una o più tra esse) in via esclusiva o principale dagli Enti del Terzo Settore diversi da imprese e cooperative sociali. Tale disposizione inquadra gli Enti che, in presenza di altre caratteristiche soggettive e di funzionamento, potranno o non potranno iscriversi al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS).

Si tratta pertanto di una norma che deve trovare piena corrispondenza all’interno dello Statuto dell’Ente di Terzo Settore e diventa perciò in questa fase di modifiche essenziale per procedere. Altrettanto essenziale risulta il chiarimento offerto dalla Circolare ministeriale a firma del Direttore Generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – Direzione Generale del Terzo Settore e della Responsabilità sociale delle imprese n. 20 del 27 dicembre 2018 con la quale, tra le altre cose, vengono riepilogati i contenuti obbligatori, derogatori (laddove consentito dal Codice) e facoltativi (anche in questo caso laddove indicata tale opportunità dal Codice stesso).

L’indicazione delle materie che in via esclusiva o principale sono esercitate dall’Ente di Terzo Settore, indipendentemente quindi poi dalla specifica qualifica che esso decide di assumere e dalla sua soggettività giuridica (ad es. di associazione o di fondazione), è un contenuto obbligatorio.

La suddetta circolare ministerialie chiarisce sul punto che “Pertanto, l’indicazione delle attività di interesse generale da svolgersi da parte dell’ente costituisce contenuto obbligatorio dello statuto: a tal fine, esigenze di chiarezza e trasparenza nei confronti degli associati, dei terzi e delle pubbliche amministrazioni richiedono che l’individuazione da parte dello statuto delle attività di interesse generale ne consenta una immediata riconducibilità a quelle elencate nel Codice. Ciò potrà ottenersi attraverso la riproduzione delle fattispecie ivi indicate anche con il richiamo alla
corrispondente lettera dell’articolo 5 comma 1.”.

Tutto ciò significa che non sarà più sufficiente indicare le attività svolte lasciando implicito il riferimento a quelle di interesse generale elencate dall’art. 5 c.1 CTS, ma che occorrerà ricondurle espressamente, citandoli, ad uno o più punti del citato articolo. Senza tali elementi, la modifica statutaria non sarà sufficiente per l’iscrizione al RUNTS.

 

Codice Qualità e Autocontrollo per gli organismi del Terzo Settore: linee guida del Forum Terzo Settore

Con una nota del 29 gennaio scorso il Forum del Terzo Settore ha reso nota la pubblicazione di una Linea Guida contenente “l’insieme dei diritti, dei doveri e delle responsabilità delle organizzazioni di Terzo settore nei confronti di tutti gli stakeholder e dell’interesse generale”.

“Il Codice di Qualità e Autocontrollo” – prosegue la nota – “nasce quindi per dotare le grandi reti e tutte le organizzazioni di uno strumento che valorizzi la propria dimensione etica e rafforzi la coerenza tra gli obiettivi dell’Ente e le proprie pratiche organizzative e gestionali.”

“Le Linee guide – prosegue Fiaschi (Portavoce del Forum del Terzo Settore, ndr)– saranno adottate dall’assemblea del Forum del Terzo Settore per diventare una matrice culturale comune tra tutti gli associati. Il passaggio successivo sarà quello di approntare un percorso formativo sui principi e comportamenti responsabili tra gli Enti di Terzo settore anche non aderenti al Forum per diventare uno strumento di costruzione diffusa di un civismo attivo eticamente orientato e forte di comportamenti positivi.”

Scarica qui le Linee Guida

Si tratta di un documento che traccia linee guida e quindi un orientamento culturale per gli Enti di Terzo Settore. Tuttavia non sfugge come tale indicazione orientativa esca nel momento in cui la maggior parte degli ETS già costituiti si appresta ad effettuare le modifiche statutarie, occasione quindi non solo di riflessione culturale, ma momento cruciale per istituzionalizzare regole e comportamenti eticamente orientati all’interno della propria ‘carta fondamentale’.

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Adeguamento Statuti: attenzione alla scadenza!

Com’è ormai noto, l’adeguamento dello Statuto è stato prorogato al 2 agosto 2019 il termine ultimo per le organizzazioni già costituite prima dell’entrata in vigore del Codice del Terzo Settore che vogliano acquisire la qualifica di ETS. Ciò in virtù della disposizione contenuta nel d.lgs. 3 agosto 2018, n.105, pubblicato sulla GURI del 10 settembre 2018 ed entrato in vigore il giorno successivo, con il quale sono state introdotte, ai sensi dell’articolo 1, comma 7 della l. 6 giugno 2016, n.106, disposizioni integrative e correttive al d.lgs. 3 luglio 2017, n. 117, recante il Codice del Terzo settore.

Tale data appare a questo punto il termine ultimo per il completamento, con la revisione statutaria, del percorso di transizione alle nuove norme del Codice per tutti quelli che saranno i nuovi ETS non in forma di cooperativa sociale o di impresa sociale. Giova rammentare che moltissimi enti hanno tardato l’approvazione delle modifiche statutarie anche a seguito del richiamato decreto correttivo dell’agosto 2018, in attesa di disposizioni applicative, una su tutte il decreto (peraltro non ancora varato) che è chiamato a specificare le attività secondarie e strumentali e la loro configurazione, di cui all’art. 6 del Codice del Terzo Settore, una questione particolarmente avvertita per moltissime organizzazioni che talora gestiscono attività rilevanti non inclusi nell’elenco delle attività di interesse generale e, probabilmente non racchiudibili neanche nella categoria delle attività secondarie (perché talora prevalenti) e strumentali (perché non hanno carattere direttamente strumentale alla realizzazione delle attività di interesse generale).

L’attenzione è stata rimessa al centro degli impegni delle organizzazioni che devono procedere all’adeguamento dalla circolare direttoriale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali n.20 del 27 dicembre 2018, con la quale – in chiave interpretativa – sono state tuttavia fornite alcune indicazioni operative riguardo alle modifiche statutarie da apportare. È probabilmente da ritenere tardiva da parte del Ministero tale disposizione chiarificatoria, restringendo ulteriormente a questo punto i termini reali disponibili per coloro che non hanno ancora provveduto alle modifiche.

C’è tuttavia un ulteriore campanello d’allarme da lanciare. Lo facciamo a beneficio soprattutto delle molte organizzazioni che avendo personalità giuridica riconosciuta secondo il DPR 361/2001, che dovranno procedere alle modifiche comunque attraverso un atto pubblico, dunque con la presenza del notaio. Inoltre, tali organizzazioni dovranno aver richiesto ed ottenuto l’approvazione da parte dell’Autorità (Prefettura o Regione, a seconda dell’ambito territoriale di operatività) che ha rilasciato il riconoscimento giuridico. Si tratta pertanto di due passaggi che evidentemente richiedono tempo, il primo per una condivisione delle modifiche con il proprio notaio, la seconda per le tempistiche degli Enti che si annunciano particolarmente lunghi, dato anche il sovraffollamento di richieste che perverranno.

Riformadelterzosettore.it ha istituito una task force di esperti per fronteggiare le richieste delle organizzazioni per:

  • Identificare in base ad un’analisi strategica la tipologia di ETS da adottare
  • Elaborare le modifiche richieste e quelle rese opportune allo Statuto vigente per ottemperare agli adeguamenti al Codice del Terzo Settore
  • Affiancare le organizzazioni nel processo di adeguamento, anche nel caso in cui le organizzazioni stesse abbiano modelli statutari predisposti dalle organizzazioni federative di appartenenza
  • Assicurare una consulenza specialistica personalizzata nei casi in cui sia necessario identificare anche nuovi assetti organizzativi per talune tipologie di attività non più rientranti tra quelle di interesse generale o tra quelle secondarie e strumentali

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Working paper su Cooperative Sociali e Riforma del Terzo Settore

“Le cooperative sociali tra legislazione nazionale, riforma del terzo settore e recenti interventi normativi regionali” è il nuovo Working Paper redatto dal prof. Alceste Santuari del Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia – Università di Bologna e pubblicato da AICCON.

Indice-sommario degli argomenti trattati

  1. Le società cooperative tra mutualità interna e mutualità esterna
  2. La cooperazione sociale: inquadramento della fattispecie giuridica
  3. La disciplina normativa nazionale: dalla legge n. 381/1991 alla riforma del diritto societario del 2003 – 3.1. Le diverse tipologie di cooperative sociali – 3.1.1. La cooperazione sociale di inserimento lavorativo e le agevolazioni ad essa riconosciute dal legislatore: fiscalizzazione degli oneri contributivi dei soggetti svantaggiati e deroghe alle procedure ad evidenza pubblica
  4. Le cooperative sociali nella riforma del Terzo settore
  5. Gli interventi normativi a carattere regionale – 5.1. I provvedimenti normativi delle Regioni Toscana e Veneto
  6. La cooperazione sociale: una formula in via di estinzione oppure una forma giuridica in evoluzione?

Vai al working paper

 

Gli obblighi di pubblicità per gli ETS

La Riforma del Terzo Settore introduce alcune importanti novità in tema di obblighi di pubblicità per gli Enti. Uno degli obiettivi della Riforma – quello della trasparenza gestionale e della pubblicità – esce tra l’altro rafforzato dal confronto di queste ultime settimane tra il Governo e il Forum del Terzo Settore come esigenza che da un lato viene posta al mondo del Terzo Settore e, dall’altro come impegno che viene assicurato proprio attraverso le nuove disposizioni normative.

Una prima importante scadenza (che tuttavia non esaurisce gli obblighi di trasparenza e pubblicità) è rappresentata dall’obbligo di pubblicazione online dell’entità dei rapporti finanziari intrattenuti con la Pubblica Amministrazione nel corso dell’esercizio precedente. Tra l’altro, una scadenza che sarà ricorsiva entro il mese di febbraio di ogni anno, con riferimento ai rapporti finanziari dell’anno precedente e che:

  • Si impone come obbligo per gli ETS, pur con alcuni chiarimenti forniti da una recente circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
  • Si propone comunque come opportunità anche per quegli ETS che non ne sarebbero obbligati perché obbligati ad altre forme di pubblicità ovvero non rientranti nella disposizione per via di soglie inferiori a quelle previste a partire dalle quali scatta l’obbligo di pubblicazione online.

La Legge 4 agosto 2017, n.124 – articolo 1, commi 125 – 129 aveva introdotto un adempimento degli obblighi di trasparenza e di pubblicità.

Ai fini del diverso atteggiarsi degli obblighi di pubblicità previsti dalla normativa in esame, cita la circolare direttoriale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 2/2019 “per i soggetti rientranti nella prima categoria (associazioni, fondazioni, enti che hanno assunto la qualifica di ONLUS, ndr), l’articolo 1, comma 125 prevede la pubblicazione, nei propri siti o portali digitali, delle informazioni relative a sovvenzioni, contributi, incarichi retribuiti e comunque a vantaggi economici di qualunque genere ricevuti nel periodo considerato superiori ad € 10.000,00. Per le imprese, l’adempimento di tale obbligo avviene attraverso la pubblicazione di tali informazioni nella nota integrativa del bilancio di esercizio e nella nota integrativa del bilancio consolidato, ove esistente.”

 

La suddetta circolare chiarisce definitivamente i termini di tale obbligo, anche alla luce di un precedente pronunciamento del Consiglio di Stato.

Cosa occorre inserire all’interno della pagina web del proprio sito istituzionale

a) denominazione e codice fiscale del soggetto ricevente;

b) denominazione del soggetto erogante;

c) somma incassata (per ogni singolo rapporto giuridico sottostante);

d) data di incasso;

e) causale.

 

Vai alla circolare completa

Adeguamento degli Statuti: partiamo dal nome

La denominazione sociale per i nuovi Enti del Terzo Settore e per quelli già esistenti è un primo e fondamentale aspetto toccato dalla Riforma e ripreso nella circolare interpretativa del dicembre ultimo scorso emanata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali in riferimento agli adeguamenti statutari.

Come ha ripreso anche CSVnet in un articolo pubblicato sul sito istituzionale, La sigla Ets dovrà essere contenuta obbligatoriamente nello statuto ma l’obbligatorietà del suo utilizzo discende dall’iscrizione al Runts: per questo motivo, nello statuto si dovrà inserire una clausola che acquisti efficacia automatica di integrazione della denominazione successivamente all’iscrizione al registro. Nei casi di qualifiche specifiche, prevale l’utilizzo di quest’ultime. È obbligatorio, infatti, utilizzare le sigle Odv, Aps e Ente filantropico per le singole qualifiche. L’uso di queste locuzioni è prioritario rispetto a quello di Ets. Nel periodo transitorio, Odv e Aps iscritte ai registri territoriali, potranno continuare a utilizzare le loro locuzioni, inserendo negli statuti clausole integrative automatiche per l’utilizzo dell’acronimo Ets. Le reti associative, utilizzeranno la locuzione della singola sezione in cui sono iscritte. Se iscritte a più sezioni, dovranno utilizzare la sigla Ets. Gli “altri enti di terzo settore” dovranno usare la locuzione Ets. Le Onlus dovranno continuare a qualificarsi come tali e inserire negli statuti l’utilizzo dell’acronimo Ets attraverso clausole sospensive condizionate al rispetto dell’adeguamento stesso e all’iscrizione al registro. Gli enti costituiti secondo le norme del codice terzo settore dopo il 3 agosto 2017 devono inserire una clausola automatica integrativa per l’uso della locuzione Ets.”.

Un aspetto – quello della denominazione – dunque molto articolato che riveste tra l’altro una valenza non solo formale. Si pensi ad esempio a cosa ha significato a livello di opinione pubblica la sigla ONLUS in termini di riconoscibilità e di accountability, benché fosse riferibile ad una qualificazione fiscale. Da questo punto di vista si potrebbe persino immaginare che una simile sorte nel tempo possa toccare all’acronimo ETS, e lasciando tale sigla come sottintesa per le OdV, le APS e gli Enti filantropici – come lo è stato nel caso dello ONLUS di diritto che non riportavano nella denominazione la qualificazione fiscale.

Il ragionamento sulla denominazione naturalmente poi rimanda a ciò di cui essa fa sintesi, la natura giuridico-organizzativa dell’Ente di Terzo Settore. A sua volta, tale aspetto investe elementi e tratti distintivi per ciascuna tipologia rispetto alle altre, che necessitano di essere adeguatamente comunicati. Il cambio dello Statuto diventa quindi non solo un’occasione per riprendere il discorso sull’identità e valutare la scelta del tipo di ETS da adottare sulla base di quali prospettive si intendono dare all’organizzazione, ma anche un momento di comunicazione verso gli stakeholder interni ed esterni. Questo aspetto è ancora troppo poco evidenziato, ma siamo certi costituirà un elemento centrale per quegli Enti che, prendendo sul serio il cambiamento in atto, avranno cura di costruire un’appropriata strategia di comunicazione nei confronti di tutti i loro portatori di interesse. Si pensi a cosa questo possa significare ad esempio nella relazione nei confronti dei donatori. Spiegare perché da un certo momento in poi non si sarà più ONLUS ma ETS, od ODV ecc. potrà diventare fondamentale per mantenere e valorizzare una relazione fondata sulla fiducia.