Il regime fiscale della nuova impresa sociale

La Fondazione nazionale dei commercialisti ha pubblicato lo scorso 3 ottobre un contributo di ricerca molto interessante su una delle materie cardine della Riforma del Terzo Settore, la nuova impresa sociale. Il documento, scaricabile qui, affronta le novità relative al regime fiscale della nuova impresa sociale. “La legge delega di riforma del Terzo settore ha operato un’ampia revisione della disciplina civilistica e fiscale dell’impresa sociale, nell’ottica di incentivarne la diffusione.” – riporta la nota di lancio sul sito della Fondazione. “Lo scarso “successo” di questa tipologia di impresa,” – prosegue la nota –  “nel vigore della precedente disciplina, veniva riferito soprattutto al fatto che divenire un’impresa sociale da un lato comportava importanti vincoli sulla distribuzione degli utili, dall’altro non riconosceva uno specifico regime fiscale. Infatti, ogni ente che adottava la qualifica di impresa sociale continuava ad applicare i modelli impositivi operanti con riferimento alla propria “veste” giuridica.

Il legislatore delegato, in attuazione dei principi direttivi indicati dalla delega per la riforma del Terzo settore, ha incentivato la diffusione di questo modello di impresa prevedendo forme di detassazione degli utili (quando destinati a specifiche finalità), introducendo la possibilità di accedere a forme di raccolta di capitali di rischio tramite portali telematici (in analogia a quanto previsto per le start-up innovative) e adottato misure agevolative volte a favorire gli investimenti di capitale.

Il quadro normativo tracciato dal legislatore delegato con il D.Lgs. n. 112 del 2017 è stato recentemente modificato dal D.Lgs. n. 95 del 2018 entrato in vigore l’11 agosto u.s. e in capo alle imprese sociali già costituite incombe l’obbligo di adeguamento alle nuove disposizioni recate dal cennato Decreto n. 112 entro il 20 gennaio 2019.

L’attualità della materia ha quindi suggerito l’opportunità di approfondire, in un primo documento di ricerca, la nuova disciplina fiscale applicabile a quegli enti che assumono la qualifica di impresa sociale, così come alle cooperative sociali che, “a regime”, diverranno imprese sociali di diritto. Fermo restando che l’efficacia delle disposizioni, che ci si appresta ad esaminare è subordinata all’intervento dell’autorizzazione della Commissione europea, nel rispetto della disciplina comunitaria in materia di Aiuti di Stato.”

Quali sono i requisiti per diventare un’impresa sociale? La mia cooperativa sociale è impresa sociale? E quali differenze ci sono tra la cooperativa sociale e l’impresa sociale? Sono una cooperativa sociale, sono obbligata a redigere il bilancio sociale? Abbiamo un’associazione e alcune attività rientrano nella dimensione dell’impresa sociale, come fondarne una? Sono solo alcune domande che frequentemente riceviamo dalle Organizzazioni di Terzo Settore e da imprese e cooperative sociali riguardo alla Riforma e alla nuova disciplina dell’impresa sociale.

Col nostro portale, abbiamo voluto mettere a disposizione un primo tutorial gratuito per districarsi nella normativa dei nuovi ETS e dell’impresa sociale. Puoi fare da subito un primo passo per capire meglio la Riforma e il suo impatto sulla tua organizzazione. Puoi farlo da solo e in modo facile e gratuito. Segui il percorso sulla Riforma nella sezione ‘Come adeguarsi’ oppure contattaci direttamente per approfondire il tema.

La riforma del Terzo settore e le previsioni contenute nel Codice (d. lgs. 117/17) – Alceste Santuari

Riceviamo e pubblichiamo un commento agli ultimi aggiornamenti della Riforma da parte del Prof. Alceste Santuari, docente di Diritto dell’Economia, degli Enti Non Profit, International Healt and Law all’Università di Bologna.  
Come è noto, il Codice del Terzo settore, unitamente alla disciplina riguardante l’impresa sociale (d. lgs. n. 112/2017) e quella riguardante la stabilizzazione del cinque per mille (d. lgs. n. 111/2017), è intervenuto a completare la riforma delle organizzazioni non profit, avviata con l’approvazione della legge delega n. 106/2016. Il Codice, in ossequio ai principi e criteri direttivi impartiti nella l. n. 106 del 2016, intende rafforzare il ruolo delle organizzazioni non profit, alle quali è chiesto di operare al fine di realizzare la coesione sociale e, quindi, di assicurare una maggiore tutela dei diritti sociali e civili. Gli enti del terzo settore (Ets) possono perseguire diverse finalità di interesse generale, per il raggiungimento delle quali sono autorizzate a svolgere attività di produzione e scambio di beni e servizi. L’attività in parola, accanto alle altre attività di interesse generale che gli enti del Terzo settore possono implementare, può esercitarsi in un’ampia gamma di ambiti e settori di intervento (art. 5). Gli Ets si considerano non commerciali se le entrate derivanti dalle attività istituzionali e secondarie svolte con modalità non commerciali prevalgono rispetto ai ricavi delle attività profit. Gli enti che svolgono attività commerciale in misura prevalente potranno qualificarsi come imprese sociali e accedere al relativo regime fiscale (d. lgs. n. 112/2017). Tuttavia, le associazioni e le fondazioni che non intendano acquisire lo status di impresa sociale sono legittimate a svolgere attività economico-imprenditoriale nella gestione ed erogazione di servizi socio-assistenziali e socio-sanitari. Si tratta di una previsione innovativa, in quanto una disposizione di diritto positivo riconosce l’evoluzione di molte organizzazioni non profit di questi ultimi due decenni. Esse, infatti, hanno sviluppato servizi, attività e progettualità capaci di assicurare un efficace ed effettivo conseguimento della mission sociale ad esse affidata. E proprio per evitare che una simile attività potesse e possa costituire un elemento di “distrazione” dal necessario perseguimento delle finalità, il Codice del Terzo settore ha confermato l’obbligo per gli enti non profit di vincolare (rectius: destinare) gli eventuali utili conseguiti e il patrimonio dell’organizzazione, nonché il patrimonio che residua al termine del ciclo di vita della stessa, al solo ed esclusivo perseguimento delle finalità statutarie. A ciò si aggiunga che agli enti del terzo settore, ancorché in ragione delle dimensioni, è fatto obbligo di presentare e depositare il bilancio, tenere i libri sociali, nonché pubblicare sui propri siti i compensi degli amministratori e controllori. A riguardo dei controlli sugli enti del terzo settore, il Codice ha inteso prevedere un sistema di monitoraggio e supervisione sulla loro attività che può, in forma sintetica, suddividersi in due livelli. Il primo livello riguarda le verifiche effettuate e realizzate dagli organi di controllo statutariamente previsti, mentre il secondo livello attiene al profilo delle verifiche da parte della P.A. competente. L’organo di controllo (che si ricorda può essere costituito in forma monocratica ovvero collegiale) sono obbligatori per le fondazioni, mentre per le associazioni, siano esse riconosciute ovvero non riconosciute, esso è obbligatorio quando l’associazione registra per due esercizi consecutivi due dei tre parametri individuati dall’art. 30 del Codice:
  1. totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 110.000,00 euro;
  2. ricavi, rendite, proventi, entrate comunque denominate: 220.000,00 euro;
  3. dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 5 unità.
Sia le associazioni (riconosciute e non riconosciute) e le fondazioni del Terzo settore devono nominare un revisore legale dei conti ovvero una società di revisione legale iscritti negli appositi registri quando esse superano per due esercizi consecutivi due dei seguenti limiti:
  1. totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 1.100.000,00 euro;
  2. ricavi, rendite, proventi, entrate comunque denominate: 2.200.000,00 euro;
  3. dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 12 unità.
Se, da un lato, quindi, la Riforma del terzo settore ha inteso “sdoganare” l’esercizio di attività economico-imprenditoriale da parte degli enti non profit, dall’altro, ha voluto collegare a tale esercizio tutte le tutele e garanzie nei confronti dei terzi beneficiari, ma anche degli associati ovvero di quanti sono chiamati ad assumersi responsabilità gestionali interne alle organizzazioni medesime, le misure previste per le società. Ma non solo: il Codice ha individuato anche un set di controlli da parte degli enti pubblici, finalizzati a preservare la “genuinità” delle finalità di pubblico interesse degli enti non profit. Tra questi controlli si ricordano quelli esercitati:
  • dal notaio (art. 22 del Codice), il quale, nella sua qualifica di pubblico ufficiale, verifica che l’atto costitutivo e lo statuto degli enti non profit che intendano conseguire la personalità giuridica soddisfino i requisiti previsti per l’iscrizione nel registro;
  • dall’Ufficio del Registro unico nazionale degli enti del terzo settore (art. 93 del Codice), il quale è incaricato di verificare la sussistenza e la permanenza dei requisiti necessari all’iscrizione nel Registro; il perseguimento delle finalità civiche, solidaristiche o di utilità sociale; l’adempimento degli obblighi derivanti dall’iscrizione al Registro.
Si ricorda che i controlli – alla stessa stregua di quanto accade per le cooperative – possono essere esercitati anche dalle reti associative nazionali (cfr. art. 41, comma 2 del Codice) e dai Centri di servizio per il volontariato (cfr. art. 61 del Codice), che risultino accreditati presso il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali.
  • dalle P.A. e dagli enti locali territoriali che erogano risorse finanziarie agli enti del terzo settore finalizzate allo svolgimento delle attività statutarie di interesse generale;
  • dal Fisco: l’amministrazione finanziaria potrà intervenire per disconoscere le agevolazioni fiscali riconosciute e per trasmettere ogni informazione utile alla valutazione circa l’eventuale cancellazione dal Registro unico, qualora ne ricorrano i presupposti;
  • dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, chiamato (anche) a vigilare sul sistema di registrazione degli enti del terzo settore e a monitorare lo svolgimento delle attività degli uffici del Registro.
Come si può facilmente inferire da quanto sopra riportato, la Riforma del Terzo settore ha inteso approntare un sistema di verifiche, controlli, supervisioni e ispezioni al fine di assicurare che gli scopi perseguiti dagli enti non profit siano coerentemente e correttamente perseguiti e che le attività svolte, per la realizzazione di quei fini, siano facilmente monitorate e trasparenti.